La Chiesa

L’abitato di Civita ha costituito per molti secoli il centro del potere religioso e civile dell’antica Balneoregis. Sulla piazza, centro dell’agglomerato urbano e un tempo foro dell’impianto urbanistico romano all’incrocio fra cardo e decumano (che da est a ovest taglia il borgo in due parti) si affaccia la chiesa di S. Donato, polo d’aggregazione intorno a cui si sviluppa l’intero abitato. Sin dall’anno 600 il luogo fu sede vescovile, denotando con ciò una sicura rilevanza territoriale; tuttavia la più antica menzione della cattedrale, con l’attuale dedica, risale soltanto al 1211. Quanto alla cattedra episcopale, essa venne mantenuta nel tempio sino alla fine del XVII sec., allorché i danni provocati da un violento sisma, avvenuto nel 1695, fecero sì che essa venisse trasferita nel duomo di S. Nicola a Bagnoregio.

Tracce di un primitivo impianto paleocristiano, o anche altomedioevale, non sono state ancora accertate; ma nell’edificio attuale è possibile agevolmente individuare caratteri e consistenza relativi ad una costruzione romanica di tipo basilicale a tre navate, triabsidata, priva di transetto; a sinistra della quale, in linea con la facciata, sorge un imponente campanile, ben riconoscibile come realizzazione del XII secolo ad opera di maestranze romano-lombarde, avendo caratteri stilistici rapportabili a costruzioni coeve dell’area tuscanica e viterbese.

Alla parete sinistra dell’ex cattedrale è addossato un episcopio cinquecentesco, collegato, in passato, direttamente al presbiterio dell’edificio ecclesiastico.

Da documenti d’archivio risulta che la chiesa, nella fase romanica, era dotata di un portico d’accesso, andato distrutto, e di cui ne sono testimonianza i rocchi di colonne in granito poste dinanzi al sagrato.

L’esame della planimetria, l’analisi metrologica e l’accurata indagine sulle murature hanno evidenziato che nell’impianto planimetrico duecentesco a tre navi quella centrale, più alta, era illuminata da monofore a tutto sesto strombate, attualmente cieche, e separata dalle navatelle da una serie di archi a pieno centro, poggianti su colonne in marmo. Lo spazio era concluso da un presbiterio rialzato su cui si apriva l’abside centrale affiancata da due absidiole minori.

La chiesa attuale palesa in maniera evidente le varie trasformazioni, aggiunte e demolizioni, subite nel corso dei secoli.

L’edificio romanico, su iniziativa del vescovo Ferdinando di Castiglia, nei primi anni del Cinquecento, veniva profondamente trasformato dall’architetto Cola Matteuccio da Caprarola, attivo, all’epoca, anche nella fabbrica di S. Maria della Consolazione a Todi.

Con la realizzazione del transetto voltato, diviso dall’ambiente antistante tramite tre archi, si veniva a creare una discontinuità linguistico-spaziale con il corpo anteriore della chiesa, che manteneva intatti i valori formali e costruttivi dell’impianto basilicale. Il Caprarola, al fine di realizzare una spazialità unitaria, meno frammentata in episodi autonomi, realizzava una volta a crociera di collegamento con la navata centrale. Il medesimo accorgimento sarebbe stato da lui successivamente ripreso nella sistemazione della zona presbiteriale del duomo di Foligno. Alla realizzazione del transetto, seguiva l’ampliamento dell’abside centrale e l’innalzamento delle navate laterali, con la chiusura delle monofore romaniche e delle due absidiole laterali, e l’inserimento di archi trasversali (dimensionati secondo il principio geometrico del terzo medio), cui corrispondono contrafforti esterni d’irrigidimento.

Della chiesa duecentesca veniva conservata tutta la parte anteriore, l’intera parete sinistra e l’absidiola prossima ad essa, com’è palesato dall’omogeneità del paramento murario in conci di tufo di taglio regolare, ben squadrati, e disposti in filari collegati da un sottile strato di malta, che ne caratterizza la muratura.

Ai lavori compiuti all’interno, seguiva la realizzazione della facciata che, preceduta da una gradonata, è articolata da due ordini sovrapposti.

L’ordine inferiore, ionico, che nella sintassi e nella forma specifica dei capitelli sembra ricondurre a caratteri stilistici di derivazione bramantesca, incornicia, tra le paraste lisce, tre portali in pietra di disegno rinascimentale, di cui il centrale è terminato da un timpano curvilineo spezzato e i laterali sono sormontati da rosoni. L’ordine superiore, pseudo-dorico, è concluso nella parte mediana da un timpano raccordato alle ali da volute di collegamento.

Superiormente, in asse con il portale centrale, si apre una finestra rettangolare in pietra lavorata, realizzata, come tutta la parte superiore della facciata nei primi anni del Settecento.

L’11 giugno del 1695, infatti, un disastroso terremoto, con epicentro nel comune di Bagnoregio, danneggia gravemente l’intero abitato di Civita, compresa la chiesa di S. Donato, che con il Motu propio super universas ecclesias di papa Innocenzo XII, verrà privata, come si è già accennato, della cattedralità.

Il cardinale Barbarigo, responsabile di ridurre la chiesa cattedrale in forma parrochialis, incarica l’architetto Giovanni Battista Origoni, operante a Montefiascone nella realizzazione del Seminario e nel consolidamento della cupola della chiesa di S. Margherita, di sovrintendere i lavori. L’Origoni sceglie di mantenere inalterato l’antico disegno sia in pianta che in alzato, limitandosi alla semplice ricostruzione delle parti crollate dell’edificio, lesionato gravemente in corrispondenza delle volte e del tetto con armatura lignea. Al fine di rendere più solidale e resistente l’intera struttura, vengono inserite, in corrispondenza degli archi trasversali e d’imposta delle volte a crociera, catene d’irrigidimento in ferro.

La muratura in bozze di tufo con ricorsi e zeppe in laterizio, che caratterizza tutta la porzione alta dell’edificio, testimonia in maniera precisa l’esatta estensione e consistenza dell’intervento settecentesco.

Sul finire del XVIII secolo veniva aggiunta, al corpo principale della chiesa la sacrestia nuova, posta in cornu evangeli e simmetrica rispetto all’antica sacrestia cinquecentesca.

La chiesa veniva così ad assumere la conformazione conservata fino all’intervento di restauro iniziato nel 1967 che, nell’intento di riportare l’edificio all’aspetto e alle forme originarie duecentesche, ha profondamente alterato la percezione spaziale della chiesa.
Infatti è stata attuata la sistematica demolizione degli altari delle navate minori e di parte dell’apparato decorativo elaborato nel corso dei secoli. Una nuova pavimentazione ha occultato le antiche camere sepolcrali con le relative lapidi tombali.

 

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